In ricordo del dottor Giampaolo Tagliaferri. di Franco Cianci

giampaolo_tagliaferriIn ricordo del dottor Giampaolo Tagliaferri di Franco Cianci Quando, casualmente, nel giugno 99, conversando con un medico rotariano – che trovavasi per le stesse ragioni a Lanciano, per il congresso di Governatore Serafini, quegli chiese, improvvisamente, a Giampaolo, dopo averne osservato l’andatura: ma che hai il Parkinson? Questa domanda, impietrì Giampaolo; ne rimase sconvolto, tanto fu fulminante e brutale il sospetto dell’amico medico. E dopo qualche giorno, allorquando mi disse che quella diagnosi era esatta, sbattè il palmo di una mano nell’altra, in segno di sbigottimento e di stupore. Gli era accaduto quello che aveva sempre temuto che gli accadesse. Giampaolo ne rimase frastornato e, da quel momento, cominciò in realtà a morire. Rinunciò a tutto: egli che era stato Governatore applauditissimo, oratore affascinante, scrittore brillante, decise, improvvisamente, di smettere quasi tutte le sue attività, tranne quella, che fortemente lo affascinava, ovvero il gusto e l’estetismo dello scrivere. Non frequentò più il Rotary, perché temeva di dimenticare qualcosa, lui che era un perfezionista, durante i discorsi; non poteva tollerare alcuna defaillance. Aveva lasciato da qualche anno la sua arte di chirurgo straordinario; aveva fatto scuola ai Suoi allievi, oggi valorosi chirurghi. Le mani erano state ferme e sicure fino all’ultimo momento. E, poi, iniziò quel maledetto cammino del parkinsonismo contro cui l’avanzata straordinaria e/o imponente della scienza, delle neo molecole, ricercate ed isolate, come quella di Rita Levi Montalcini, nulla hanno potuto fare contro questo male così insidioso ed invincibile. Egli era stato un Governatore del Rotary Internazionale – la grande associazione Internazionale che riunisce oltre un milione di persone – e nella quale aveva raggiunto apici altissimi, come quello, ad es., di rappresentare il Presidente Internazionale nel congresso di Parigi nel 1991, dove pronunciò una orazione stupenda, in perfetto francese, che destò meraviglia, tanta fu la eleganza e la perfezione della Sua pronunzia e del linguaggio. Egli fu, come detto, un medico, chirurgo, scienziato; aveva diretto il Reparto di chirurgia di Termoli, richiamando l’attenzione non solo del territorio molisano, ma anche dei territori delle Regioni limitrofe. Le Sue prodigiose mani avevano salvato migliaia di persone e quel grazie che appare in uno dei manifesti è quanto di più emblematico ed icastico potesse esprimersi per rappresentare la sua storia di chirurgo e di Uomo. Aveva un debole per le arti, e, in particolare, per la musica; amava Beethoven e, in particolare, la quinta sinfonia, di cui vagheggiava che fossero richiamate le note, durante le sue esequie, in quel racconto bellissimo e struggente e molto suggestivo, che aveva scritto per le sue esequie. Amava le arti visive: sulle copertine dei suoi libri appaiono le riproduzioni di quadri di Matisse e Van Ghog, era, in realtà, un medico umanista che amava appassionatamente le lettere e la cultura. I Suoi discorsi, che pronunciò in tantissime forme e in tantissimi luoghi, nel Distretto Rotariano di allora, erano incantevoli, davvero stupendi. Immaginò, e descrisse minuziosamente, in uno dei suoi tanti racconti, quali potevano essere le sue esequie, immaginandole in una rappresentazione ideale della Sua amatissima nipotina, Valeria. Disegnò tutto: la Sua casa di Ussita, il giardino al centro, del quale sperava essere deposto con la bara; il loculo oscuro che lo avrebbe inghiottito attraverso cui immaginava di potere vedere ancora lo stupendo spettacolo della vallata di Caccamo, tra le bellissime armonie dei monti maceratesi. Hai sofferto moltissimo, caro Giampaolo, ma hai sopportato ogni sofferenza fino alla fine, con grandissima dignità e con straordinario dominio del dolore. Fu disastrosa quella Tua caduta ad Ussita, il Tuo paese di adozione, dove sarai seppellito nella pace del cimitero campestre. Ne rimanesti sconvolto: eppure, fra atroci sofferenze, riuscisti a riprendere ancora a produrre gli incantevoli fiori della tua poesia. Queste parole, caro Gianpaolo, sono da me espresse con tutto il senso della verità e della fede. Nel tuo racconto immaginario, pensavi che l’oratore sarebbe stato don Carlo, il Parroco del tuo paese di Ussita, e dichiaravi tutto l’imbarazzo che le lodi ti avrebbero procurato durante la orazione funebre. Non è così: te lo dico con tutto il cuore e con la partecipazione di tutti i Tuoi fratelli e sorelle, che hai tanto amato, con spirito quasi missionario, dispiegato non solo nella Tua professione ma anche con il servizio, nel Rotary, verso gli altri. Un abbraccio.

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